Ultima modifica: 5 Giugno 2019

Invento una storia…

IL GENERE HORROR

Invento una storia…

                           di  Vallone Domenico Pio
Classe 1° I IPSSEOA Soverato
a.s. 2018/2019

VACANZE
IN
TRANSILVANIA

In un inverno freddo e cupo, tre ragazzi erano appena arrivati in Transilvania durante la notte.

Ognuno di loro proveniva da una famiglia benestante, per cui non fu difficile organizzare una vacanza per i tre. Il primo era Mark Thompson, un sedicenne dai capelli marrone scuro e dagli occhi castani.

Il secondo, un ragazzo dai capelli biondi e dagli occhi di un freddo azzurro, si chiamava Michael Holland.  Infine, il terzo della combriccola dai capelli neri e le pupille verdi, andava di nome Luke e di cognome Smith.

Tutti e tre erano sedicenni americani amanti delle storie di terrore, perciò chiesero alloggio in quello che molti definivano “Il castello del Conte Dracula”

 Accompagnati da  un taxi con alla guida  un uomo alto da lunghi baffi marroni ,capelli e occhi dello stesso colore, i tre ragazzi ci misero poco ad arrivare.

Il taxista borbottò qualcosa prima di andarsene ma a nessuno dei tre americani importò molto.

Dinanzi a loro si ergeva un enorme castello grigiastro, alto quasi venti metri, il posto presentava varie spaccature e finestre.

Mark e i suoi compagni si diressero senza paura al portone principale di color marrone.

Lì davanti, probabilmente ad aspettarli, una donna vestita come una cameriera: coi lunghi capelli dorati che le ricadevano sulle spalle e gli occhi di un gelido celeste. La donna sorrise loro dolcemente e li invitò ad entrare. I tre, allora, si incamminarono guidati dalla donna.

Il corridoio era quasi totalmente buio, illuminato solo dalle torce alle pareti. Fu solo grazie ad esse che Mark  potè cogliere i particolari: vi erano varie mensole perfettamente pulite, dei vasi orientali bluastri con scritte biancastre, quadri, ma cosi stranamente sporchi che non si riusciva a comprendere che cosa  ritraessero, infine notò anche degli scaffali dentro una vetrina, ma i vetri di essa erano così appannati da rendere impossibile vedere cosa ci fosse dentro                             

Mark si fermò, provando a schiarire la vetrina con l’ausilio della mano destra, ma il vapore acqueo non veniva via per qualche strana ragione. La bionda che faceva da guida, pregò il moro di non toccare nulla, ed egli riprese a seguire il gruppo riluttante. Dopo aver camminato per un altro tratto, i quattro raggiunsero una lunga scalinata: con i gradini neri come la pece e le ringhiere rosso scuro. Era senza dubbio la scala più bella e strana che Mark avesse mai visto. La cameriera disse ai tre che le loro camere erano al piano di sopra e, dopo aver consegnato ad ognuno le chiavi della propria stanza, si congedò. I tre allora iniziarono a salire la scalinata, ma Mark si girò verso il basso improvvisamente; aveva come l’impressione che qualcuno lo stesse osservando, ma non riusciva a capirne il motivo. Quando i due amici gli chiesero cosa avesse e il moro glielo raccontò, sia Michael che Luke scoppiarono a ridere. Il primo gli diede del paranoico, il secondo disse che l’atmosfera cupa del posto stava «dando alla testa».

Mark sbuffò poco convinto, ma alla fine si decise a riprendere la salita. Il piano di sopra era molto simile a quello di sotto, ma vi erano sostanziali differenze: non vi era nessun oggetto particolare e ad illuminarlo c’era solo un lampadario. Proseguendo con la luce giallastra che illuminava loro, i ragazzi raggiunsero tre porte: la prima era di color marrone d’ebano, la seconda marrone chiaro e la terza d’avorio.

Nulla di strano, se solo ognuna di essa non indicasse una data.

Quasi fossero delle tombe, ognuna di quelle porte presentava l’anno di nascita di ognuno dei tre ragazzi e l’anno corrente.

Michael e Luke ci scherzarono sopra, definendolo un mal augurio, ma Mark ne fu seriamente preoccupato; alla fine, tutti e tre si salutarono ed entrarono nelle loro stanze,

Quella di Mark era la prima, bella e semplice, con le pareti  marrone d’ebano. Vi era uno scaffale vuoto, un tavolo con sopra una penna nera, una matita, un foglio, un letto singolo dalle coperte bianche.

Mark si addormentò subito, tirando poco prima un sospiro di sollievo, ma il sonno non durò molto.

Dopo solo un’ora , se non di meno , un forte rumore svegliò il moro; era quello di un tavolo che veniva rivoltato a terra con forza.

Immediatamente Mark si alzò tremante e potè giurare di sentire qualcuno o qualcosa allontanarsi con passo svelto. Quando il giovane aprì la porta, però, non c’era nessuno.

La casa era silenziosa come sempre, ma non era affatto uguale a prima: le pareti nere erano ricoperte di sangue e persino il pavimento ne era sommerso, il moro trattenne la nausea.

Aveva sempre amato le storie d’orrore, ma vedendo tutto quel sangue dal vivo  pensò di non poter sopportare. Cercando di farsi forza, Mark si fece strada fino alla camera di Michael. Non vi era nessuno, solo un tavolo  di colore marrone era rovesciato a terra, probabilmente quello che aveva causato il rumore.

Subito dopo, il ragazzo raggiunse la camera di LucK  e stava per svenire. Il volto era attraversato da una ferita da taglio, che perdeva sangue a vista d’occhio.

L’odore della stanza era insopportabile e Mark immediatamente uscì, udendo un forte urlo: era Michael. Ignorando il fetore intorno, il ragazzo scese le scale e notò che anch’esse erano diverse: i gradini erano blu notte e le ringhiere ricoperte di sangue.

Sempre più disgustato, Mark scese al piano di sotto, forse quello più modificato di tutti: le pareti erano di nuovo ricoperte di sangue come il corridoio, ma ciò che stupì veramente il moro fu altro.

I quadri, prima impossibili da vedere, ora erano chiaramente visibili e raffiguravano un uomo, volto  di spalle, che mordeva al collo una vittima sempre diversa. I vasi orientali erano stati distrutti e le mensole completamente sporche. Il ragazzo, poi, posò lo sguardo sulla vetrina, il vapore acqueo era scomparso. Su ogni scaffale all’interno della vetrina vi erano dei barattoli contenenti occhi, mani, piedi, dita, orecchie, braccia, gambe, colli, nasi e bocche.

Mark si accasciò a terra, terrorizzato pensava di essere impazzito o di star sognando, ma poi sentì un altro urlo di Michael… era troppo reale per essere un sogno.

Immediatamente corse verso la stanza da cui proveniva l’urlo, e una volta raggiunta la porta la spalancò e ciò che vide era allucinante, Michael era stretto al collo da un uomo volto di spalle e gridava aiuto.

Michael venne morso e Mark corse verso la porta della casa disperato , perché non seppe agire, ma anche   terrorizzato. Quando stava per raggiungere l’uscita, quattro persone gli sbarrarono la strada: tre ragazze – una delle quali era la bionda che aveva fatto da guida, mentre le altre due erano giovani donne dai capelli castani e gli occhi marroni  e un uomo alto, slanciato, con corti capelli e occhi neri. Portava un vestito elegante nero e un mantello, dallo stesso colore dalla cucitura rossastra scendeva sulle sue spalle. Il viso pallido ma sorridente con denti cosi affilati da sembrare rasoi.

Mark lo riconobbe subito, il mostro più spaventoso del  genere horror, il piu’ terrificante dei vampiri: il Conte Dracula, accompagnato dalle sue tre mogli.

Mark provò a scappare verso la porta e i mostri, stranamente, lo lasciarono passare.

Quando il ragazzo provò ad aprire la porta si rese conto che era bloccata,  tentò di buttarla giù, ma era dura come un diamante.

Dracula si stava avvicinando pericolosamente a lui, sogghignando, e Mark capì che non sarebbe mai riuscito a scappare. Sulla cucitura del mantello di Dracula comparvero facce agonizzate, fra cui anche quella di Michael. Luke, invece, non c’era; probabilmente ad ucciderlo fu una delle tre mogli. Mark si accasciò a terra piangendo, supplicando, ma fu inutile. Dracula lo morse al collo. Il ragazzo avvertì un dolore lancinante per pochi secondi, poi il nulla. Da quel giorno, tre ragazzi americani non tornarono più dalla loro vacanza.




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